Quando guardiamo un allenamento vediamo un coach in campo.

Lo vediamo spiegare un esercizio, correggere un gesto, fermare un ragazzo, incoraggiarne un altro. Lo vediamo scegliere chi partecipa a una gara, decidere un programma di allenamento, chiedere qualcosa in più oppure, qualche volta, qualcosa in meno.

Poi arriva la gara.

Vediamo una prestazione, un tempo, una classifica, una vittoria o una sconfitta.

È la parte visibile del lavoro.

Ma è soltanto la punta dell’iceberg.

Sotto la superficie c’è tutto quello che difficilmente si vede.

Ci sono ore di programmazione, studio e confronto. Ci sono ragazzi osservati non soltanto mentre eseguono un gesto tecnico, ma mentre reagiscono a un errore, a una difficoltà, a una vittoria o a una sconfitta.

Ci sono decisioni che dall’esterno possono sembrare incomprensibili.

Perché insistere proprio oggi?
Perché invece rallentare?
Perché non correggere subito quell’errore?
Perché chiedere di più a uno e apparentemente meno a un altro?

E poi ci sono telefonate, messaggi, confronti con le famiglie.

Ci sono dubbi.

Perché sì, anche un coach ha dei dubbi.

E può sbagliare.

Un coach può sbagliare. Esattamente come può sbagliare un atleta. Perché prima del ruolo, ci sono due persone.

La competenza non rende infallibili.

Dovrebbe però dare una responsabilità in più: quella di continuare a osservare, interrogarsi e, quando serve, avere l’umiltà di cambiare strada.

Anche questo fa parte di quella grande porzione dell’iceberg che rimane sotto la superficie.

Quando tutti diventiamo un po’ allenatori

C’è però un aspetto dello sport giovanile sul quale credo dovremmo fermarci a riflettere.

Intorno a un ragazzo che pratica sport ci sono molti adulti.

Allenatori, dirigenti, preparatori e, soprattutto, genitori.

Ognuno guarda quel ragazzo da una prospettiva diversa. Ed è giusto che sia così.

Il problema nasce quando iniziamo a confondere il nostro punto di vista con la realtà.

Quando vediamo una piccola parte di ciò che accade e pensiamo che sia sufficiente per giudicare tutto il resto.

È qualcosa che probabilmente appartiene anche a una cultura più ampia, non soltanto sportiva: siamo diventati molto veloci nel giudicare il lavoro degli altri.

Nello sport questo meccanismo diventa ancora più evidente perché entra in gioco qualcosa di potentissimo: il coinvolgimento emotivo.

Un genitore vuole il meglio per proprio figlio.

È naturale.

Ma proprio per questo, qualche volta, senza neppure rendersene conto, finisce per assumere contemporaneamente molti ruoli.

Genitore.
Tifoso.
Manager.
Preparatore.
Selezionatore.
E qualche volta persino allenatore dell’allenatore.

Nascono così aspettative che possono sembrare assolutamente ragionevoli.

“Potrebbe fare di più.”

“Dovrebbe essere più competitivo.”

“Perché lui è stato convocato e mio figlio no?”

“Secondo me dovrebbe allenarsi di più.”

“Deve imparare a tirare fuori il carattere.”

Domande e osservazioni che conosco bene e che, prese singolarmente, possono anche essere legittime.

Ma ce n’è una che sento molto meno spesso.

Ed è probabilmente la più importante.

Ma a lui, tutto questo, piace davvero?

Di chi sono quelle aspettative?

Credo che questa sia una delle domande più difficili per noi adulti.

Perché tutti abbiamo aspettative.

Le hanno i genitori.

Le hanno gli allenatori.

Le hanno le società sportive.

E, naturalmente, le hanno anche i ragazzi.

Il problema non è avere aspettative.

Il problema è capire a chi appartengono.

Quando nello sport degli adulti tutti pensano di sapere cosa sia meglio per un ragazzo, rischiamo di smettere di ascoltare proprio lui.

E allora un risultato che per un ragazzo rappresenta una conquista può diventare insufficiente per un adulto.

Una gara vissuta con entusiasmo può trasformarsi in qualcosa da analizzare appena terminata.

Un errore, che dovrebbe semplicemente essere parte dell’apprendimento, può diventare una delusione.

Una sconfitta può smettere di essere un’esperienza e trasformarsi in un problema da risolvere.

Poco alla volta il ragazzo può iniziare a percepire che quello che fa non è mai abbastanza.

Non necessariamente perché qualcuno glielo dica apertamente.

A volte bastano uno sguardo, una domanda fatta appena finita una gara, il confronto con un compagno o il viaggio di ritorno trascorso ad analizzare ciò che avrebbe potuto fare meglio.

E qui credo che noi adulti abbiamo una responsabilità enorme.

L’agonismo non è il problema

Ho vissuto lo sport agonistico per molti anni e continuo a pensare che possa essere uno straordinario strumento educativo.

La competizione insegna cose che difficilmente possiamo spiegare soltanto a parole.

Insegna a prepararsi per un obiettivo.

A confrontarsi.

A perdere.

A vincere senza sentirsi invincibili.

A scoprire che qualche volta qualcuno è semplicemente più bravo di noi.

A gestire una delusione.

A riprovarci.

A conoscere i propri limiti e, qualche volta, a superarli.

Per questo non credo che il problema sia l’agonismo.

L’agonismo può essere uno straordinario strumento educativo. È il modo in cui noi adulti lo interpretiamo che può trasformarlo in qualcosa di diverso.

Succede quando il risultato assume un valore che non dovrebbe avere.

Quando una classifica comincia a definire il valore di un ragazzo.

Quando la vittoria diventa conferma e la sconfitta fallimento.

Quando il confronto con gli altri prende il posto del confronto con se stessi.

E soprattutto quando gli obiettivi degli adulti diventano, quasi senza accorgercene, gli obiettivi dei ragazzi.

Quando la gara smette di appartenere al ragazzo e diventa la verifica delle aspettative degli adulti, cambia tutto.

A quel punto rischiamo di perdere proprio ciò che lo sport dovrebbe custodire.

Il piacere di esserci.

Forse dovremmo ascoltare un po’ di più

Non credo esistano genitori perfetti.

Così come non esistono allenatori perfetti.

E naturalmente non esistono atleti perfetti.

Esistono persone.

Persone che provano a fare del proprio meglio, qualche volta riescono e qualche volta sbagliano.

Forse allora il punto non è stabilire chi abbia ragione.

Il genitore o l’allenatore.

E nemmeno decidere fino a dove potrà arrivare quel ragazzo.

Forse dovremmo semplicemente ricordarci più spesso perché quel ragazzo ha iniziato.

Perché gli piaceva correre.

Nuotare.

Pattinare.

Giocare.

Saltare.

Stare insieme agli altri.

Sentirsi bravo in qualcosa o semplicemente provare a diventarlo.

Poi siamo arrivati noi adulti.

Con programmi, obiettivi, classifiche, aspettative e progetti.

Tutte cose che possono avere un senso.

A condizione che, ogni tanto, siamo capaci di fermarci.

Prima di chiederci se nostro figlio potrebbe vincere di più, allenarsi di più, impegnarsi di più o arrivare più lontano, forse dovremmo fargli una domanda molto più

A te piace ancora?”

E poi fare la parte più difficile.

Avere il coraggio di ascoltare davvero la risposta.

Lo sport è anche questo.

Accompagnare un ragazzo nello sport non significa soltanto aiutarlo a migliorare una prestazione. Significa imparare ad ascoltare ciò che sta vivendo, rispettare i suoi tempi e, qualche volta, aiutarlo a capire quale strada vuole davvero percorrere.

È da questa idea che nasce il mio modo di lavorare con ragazzi e famiglie.

→ Crescere nello sport

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Immagine di Max Tibaldini

Max Tibaldini

Lo sport è la mia casa da più di vent’anni. Insegno, alleno e gestisco un’associazione sportiva, vivendo lo sport dentro e fuori dalla pista. Oggi lavoro con atleti, istruttori e associazioni per costruire percorsi sportivi più consapevoli, sostenibili e centrati sulle persone. Perché lo sport non è solo performance, ma metodo, relazioni e visione.

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